Ca' San Giovanni


Condividi
Ca' San Giovanni

Il biologico? Una ragione di vita

Tebano (Faenza). Una vita dedicata all’agricoltura, sempre alla ricerca di quella qualità che nasce da prodotti sani e genuini. Questo in sintesi ciò che potrebbe essere scritto sui tratti salienti della carta d’identità di Alberto Montanari, nato 56 anni fa a Pieve Ponte, una piccola località tra Faenza e Castel Bolognese, da una famiglia di contadini. “Il 1955 fu un’annata fredda che portò via molti prodotti dell’agricoltura. La mia nascita e le disavventure che viveva continuamente il mondo agricolo spinse mia madre, che aveva sempre fatto altri lavori, a pressare mio padre fino a convincerlo a lasciare i campi. Così ci trasferimmo a Faenza per gestire un alimentare”. Alberto crebbe così, con un dna agricolo, trascorrendo la sua infanzia in un negozio di alimentari. “Era una bottega che vendeva anche carne. I miei, ancor prima che agricoltori, erano norcini. Tuttavia mio padre aveva rimasto l’amore per la campagna e quando poteva andava a raccogliere la frutta da amici, e io lo seguivo. Verso i 12 o 13 anni mio padre trovò un bel podere in collina, con un lago. Era una buona occasione, ma mia madre non ne volle sapere, per paura che anch’io facessi il contadino”. Così la vita di Alberto continuò in città, studiando fino alla laurea in scienze biologiche. “Ben presto capìì che non mi sarebbe servita a molto, ma siccome non sopporto lasciare le cose a metà procedetti velocemente, anche per accontentare i miei genitori che avevano sostenuto le spese per gli studi. Non vedevo l’ora di fare quello che mi piaceva, chiaramente nel campo agricolo”.

 

Gli inizi

Tutto iniziò facendo l’obiettore di coscienza alla Comunità Giovanni XXXIII di Faenza che operava nel campo del sociale. I riferimenti erano il movimento non violento e il mondo degli scout. “E fu proprio dal sociale che partì la mia avventura nel mondo agricolo. Ero ancora obiettore quando assieme ad alcuni amici fondai una cooperativa agricola, ‘Il Campo’. Si trovava a Forlì, al confine con il comune di Faenza, era un podere in affitto dalla curia vescovile faentina. Era il 1980 e fin dall’inizio cercammo di indirizzare l’attività verso il biologico e qui mi servì la mia laurea in biologia. Avevo in testa un modo diverso dal tradizionale di fare agricoltura. Accanto al lavoro nei campi nacque anche una falegnameria, che esiste ancora oggi a Faenza. Era nostra intenzione di inserire nel mondo lavorativo ragazzi con problemi di recupero da esperienze di tossicodipendenza, o psichiatriche”.

Cresceva così la passione per l’agricoltura, ma soprattutto l’idea di un modo nuovo di farla. Ormai la scelta era definitiva. Quello sarebbe stato il suo mondo. E di questo si convinsero anche i genitori, “anche se ci volle un po’ di tempo e un mio pressing costante. Alla fine però furono fondamentali nel crearmi le condizioni per procedere in questo settore”.

 

Il biologico

“Per me il voler tornare alla terra, quindi alla natura, non poteva che avvenire rispettandola fino in fondo. Per me era inconcepibile lavorare la terra avvelenandola, sapendo cosa comporta l’uso massiccio di pesticidi per la salute di tutti noi. Quindi il biologico era lo sbocco naturale di tale visione. Ciò che tutti i giorni produciamo sta a dimostrare che c’è un altro modo di coltivare, consapevoli che se vuoi un prodotto di qualità non puoi spingere più di tanto il pedale dell’intensificazione. Anche nel nostro mondo stiamo vivendo un momento di spaccatura tra una realtà di produttori che vogliono coltivare e vendere i loro prodotti in modo sostenibile e un biologico industriale, che pur nel rispetto delle regole, si muove con dietro una concezione più spostata sulla quantità. E’ positivo questo fiorire di mercatini, come pure la logica del km zero”.

 

L'esperienza de "Il Salto"

Ma continuiamo il racconto: “Dall’azienda agricola si decise di dare vita ad un negozio, a Faenza, dove vendere i nostri prodotti. Nacque ‘Il Salto’. Il nome derivava dall’omonimo consorzio che noi, assieme ad altre cooperative e ad aziende private, tutte nel campo della biodinamica e del biologico, fondammo nel 1987. Allora eravamo 12 in tutta l’Emilia Romagna. Fra le tante idee che avevamo c’era quella di creare dei punti vendita dei nostri prodotti, nacquero a Modena e a Faenza. In quel periodo però le norme non aiutavano. Potevi andare la mercato, ma non avere un punto fisso senza licenza di commercio. Sfruttammo la prima legge che permetteva ai produttori di vendere senza licenza”.

Nei primi anni novanta, una delle crisi che periodicamente colpiscono il settore, ci costrinse a smantellare ciò che avevamo costruito. Iniziammo con un magazzino che avevamo a San Giovanni in Persiceto, per finire cedendo il marchio ‘Il Salto’ che fu acquistato dalla Pempa, sciogliendo di conseguenza la cooperativa. Il negozio di Faenza dovette cambiare nome. Non ci volle molta fantasia, lo chiamammo ‘Al Salto’ e rimase ad alcuni soci della cooperativa, fra cui Mauro Zaccherini, che ancora oggi lo gestisce”.

 

Cà San Giovanni Ecoturismo e Bioagricoltura

Fu in questo momento che emerse l’importanza della famiglia. “I miei genitori erano ormai consapevoli che quella era la mia strada, furono loro a comprare questo podere a Tebano dove sono oggi (Cà San Giovanni), che si trova tra tre comuni, Castel Bolognese, Faenza e Riolo Terme. Il lavoro da fare era tanto. Vi era una casa abbandonata da vent’anni. Iniziai il restauro nel 1994 sistemandone una parte ampia per poterci vivere, la seconda parte fu recuperata nel 2003, quando decidemmo di dare vita all’agriturismo, ricavando tre mini appartamenti che in tutto possono ospitare fino a 10 persone. C’erano 10 ettari di terreno da condurre, di cui 6 con pesche, il resto con susine, viti e albicocche. Oggi ne ho rimasti cinque, gli altri li ho venduti, perchè erano troppi. Vendevo la mia frutta biologica al consorzio che avevamo ceduto alla Pempa, per loro il biologico era un fiore all’occhiello, non certo una scelta strategica. Si trattava però di una condizione che non mi convinceva, in testa avevo sempre la vendita diretta”.

La voglia di fare e la dinamicità di Montanari non si poteva fermare e, dopo aver sistemato casa e podere, eccolo cercare nuove strade per imporre i propri prodotti. “Iniziai a guardare verso Bologna e dopo qualche tempo fondammo ‘Campi Aperti’, 'Associazione di contadini e coproduttori (produttori e consumatori) per la sovranità alimentare’ che attualmente gestisce i tre mercati del biologico a Bologna dalle 17 alle 20.30 (orario invernale) o dalle 17.30 alle 21 (orario estivo): il martedì, presso il Vag61- Spazio libero autogestito (via Paolo Fabbri 112); il giovedì al XM24, dietro la stazione centrale (via Fioravanti 24); il venerdi nel cortile della Cospe - Scuola di Pace in via Udine nel quartiere Savena.

In quegli anni entrai in contatto con un’esperienza in Piemonte che consisteva nella consegna settimanale di ceste direttamente al consumatore. Era gestita da un agronomo che avevo conosciuto ai tempi del ‘Salto’. Aveva messo assieme un gruppo di produttori in grado di garantire una buona varietà di prodotti. Andai là per capire come funzionava con l’idea di sperimentare la cosa qua da noi. Proprio in quel periodo mi arrivò una sollecitazioni in quel senso da alcuni Gruppi di acquisto solidale (Gas), tra cui quelli di Imola e Faenza e allora decisi di partire. Il progetto è cresciuto nel tempo, svincolandosi anche dai Gas che nel frattempo hanno dato vita a dei mercatini, tipo il Mercol Bio a Imola, e allargando la cerchia dei consumatori oltre gli aderenti ai Gas”.

 

Oggi

Così arriviamo all’oggi, la strada di Alberto è ormai delineata, tuttavia la sua ricerca costante lo sta portando a sperimentare ancora altre vie. “In parte perché gli anni passano per tutti, in parte per ragioni personali, ho preferito ridurre l’azienda differenziando l’attività. Ora ho cinque ettari di terreno e oltre all’agriturismo faccio anche attività di fattoria didattica. Chiaramente continua l’attività delle ceste che coinvolge principalmente tre aziende, io ho un ruolo di coordinatore, oltre che produttore. Rispetto al passato io peso meno in termini di colture, infatti ho orientato l’azienda maggiormente verso il settore viticolo e i suoi derivati, dove ho avviato una collaborazione con il centro di ricerca di Astra a Tebano e con l’università di Bologna che sta sperimentando varie colture, e tra queste anche il vino, su 6 ettari di terreno (3 biologici e 3 biodinamici) confrontando i risultati produttivi. Ho pure avviato un recupero dei frutti dimenticati. Tutti i miei prodotti sono biologici certificati dall’Icea (Istituto certificazione etico ambientale)”.

 

La famiglia

Quella di Alberto è una scelta di vita che non può che coinvolgere e trovare condivisione nella famiglia. “Anch’io vengo da una famiglia di origine contadina - racconta la compagna Monica Sangiorgi - e condivido appieno la scelta del biologico. Io sono meno impegnata nei campi, ho una mia attività, seguo comunque l’agriturismo e parte delle attività didattiche. Inoltre abbiamo due figli piccoli da fare crescere, Irene che ha nove anni e Michele di sei. Loro amano la campagna e gli animali che ci girano attorno. Oggi con la scelta di ridurre l’attività agricola, in particolare di non avere più un grande orto da gestire, siamo più rilassati, vi sono meno tempi da rispettare e non è necessario dovere sempre cercare qualcuno che aiuti”.

Il recupero della propria memoria, per Alberto, è un elemento che non si esaurisce con un rapporto corretto con la terra, ma che occupa anche parte del suo tempo libero, infatti collaborando soprattutto con i suonatori de “La Carampana”, fa rivivere i balli contadini della tradizione romagnola (saltarelli, monferrine, tresconi, ecc.)”. E questa sua cultura cerca di trasmetterla con l’attività di agriturismo che sta dando buoni risultati e con la fattoria didattica che sta attirando attenzione, in particolare dal mondo della scuola. “Oltre che fare vedere il podere con tutte le sue colture e a riconoscere le erbe spontanee, spieghiamo il valore del biologico. Inoltre riscuotono molto interesse i laboratori del pane e dei vecchi balli contadini; così come attrae la passeggiata al parco geologico, ricavato da una cava di sabbiella dimessa e l’escursione lungo l’argine del fiume Senio per andare a vedere la diga steccaia (costruita attorno al 1300 con il legno e recentemente restaurata, dalla quale parte un canale che porta all’antico molino Scodellino di Castel Bolognese, per il quale un’apposita associazione si sta adoperando per il recupero”.

 

Ma Alberto non si ferma qua e guarda al futuro “pensando a un centro di economia solidale nel faentino dove far vivere le regole del commercio equo solidale, in cui il biologico, che è un tipo di produzione solidale, abbia un suo spazio e dove inserire al lavoro persone svantaggiate. Le ceste settimanali  potrebbero passare da questo centro con la possibilità di una distribuzione a domicilio. Vi è già un gruppo di lavoro composto da diverse associazioni che stanno pensando a questo progetto, cercando collaborazioni e finanziamenti”.

(Valerio Zanotti)

 

Visita la nostra pagina Facebook.

Ecoturismo e bioagricoltura Ca' San Giovanni
via Tebano 42
48018 Faenza (RA)
328 0030807
montanari.bioagri@gmail.com

Apri mappa

I miei prodotti